Obiezione di coscienza tra i lavoratori IT?

Non so chi di voi conosca Kindle, un dispositivo made in Amazon:

kindle
E’ un dispositivo wireless portatile con collegamento wifi e schermo a scala di grigi utilizzato per leggere e-book e giornali, e forse anche per surfare il web (di questa ultima cosa non sono sicuro).

Figo ve’? Fin qui niente di male devo dire! Ottimo business, grande Amazon, grande idea, grande capitale teconologico e spirito imprenditoriale… ma c’e’ un ma’.

Oggi ricevo una email dalla mailing list della Free Software Foundation e vengo a scoprire dell’ultima inculata del DRM. Immaginate che voi compriate un libro (il libro viene automaticamente scaricato nel vostro Kindle). Voi iniziate a leggero tutti contenti, poi un giorno andate a dormire, vi alzate il giorno dopo tutti contenti nel continuare la vostra lettura. Accendete il Kindle…. and…. IT’S GONE. IT’S ALL GONE. PUFF! \o/ Sparito.
Amazon ha “deciso di ritirare l’ebook dal suo sistema” per non si e’ capito ancora quale motivo (sicuramente si pronuncieranno nelle ore a seguire).
Ma voi avete pagato per quel libro e non ho capito bene se la societa’ ha restituito i soldi ai clienti.
Per la cronaca il libro in questione era 1984 di George Orwell, si, avete capito bene: quello del Grande Fratello. Il teorizzatore del controllo totale… sembra assurdo lo so’ 😀 Sara’ una coincidenza.

Questa storia, come altre storie gia’ lette, fa riflettere sulla percezione che la gente comune ha dei nuovi media digitali. Se sia consapevole o no di quello che compra. Comprereste mai il Kindle sapendo che societa’ che ve lo vende ha questo tipo di controllo sulla vostra “bacheca virtuale”? Io no. E sono sicuro nemmeno voi.

Di sicuro uno non si aspetta questo genere di comportamento da una societa’ come Amazon che fa e ha fatto largo uso di software libero per costruire il proprio impero economico. Un comportamento ingrato.

Sul New York Times si puo’ leggere una intervista ad uno studente che afferma: “Non hanno solo ritirato un libro, ma hanno rubato il mio lavoro”.

Free Software Foundation ha inviato una campagna sul suo sito defectivebydesign.
Il suggerimento consiste nell’andare nella homepage di Kindle su Amazon e dare una recensione negativa con una sola stella, usare come tag “defectivebydesign” e “1984”.

Questo episodio mi ha dato lo punto per pensare che capita spesso a noi lavoratori IT (specie chi lavora con grandi aziende o con aziende ad alto valore tecnologico ed innovativo) di vedere le nostre aziende prendere decisioni di questo tipo.
Quale e’ il nostro grado di consapevolezza in tutto cio’?
Cosa fareste voi? Nel mondo dell’IT, specie nell’ambito piu’ vicino all’opensource, la gente corre veloce e sono sicuro che gente altamente skillata con un po’ di peso contrattuale potrebbe essere un po’ adirata da questo episodio. I piu’ “talebani” potrebbero essere invogliati a lasciare. Poi ci sono i pragmatici, i menefrechisti, i chisenefottetantoiocampoeprendoisoldiognimese, etc etc.
Io credo che se fossi dipendente Amazon per coerenza coi miei pensieri posterei una cattiva recensione sulla pagina del Kindle in modo da far ricredere l’azienda sul proprio operato. E’ il classico esempio di democrazia diretta che internet puo’ offrire. Non intaccherebbe il mio posto di lavoro in quanto potrei usare un nick. Ma anche postando come me stesso non credo ci siano problemi di sorta. Credo ne parlerei coi miei colleghi e possibilmente con i miei capi se interpellato. Non ne farei comunque una guerra di religione prima perche’ senza soldi non si campa e poi perche’ ho capito che nella vita bisogna essere pragmatici.

Recentemente ho saputo che la mia azienda ha aperto dei file all’ufficio dei brevetti irlandesi, parlando col mio capo ho detto che invece di pensare ai brevetti l’azienda dovrebbe spendere di piu’ in migliorare processi e prodotti, che per certi aspetti fanno veramente cacare 🙁
E il mio capo mi ha dato ragione.
E se i prodotti dell’azienda fanno schifo, lo schifo arriva anche al reparto Professional Services quanto e’ il momento di integrarli nei progetti e di conseguenza impattano consegne e tutto il resto (==impatto economico).

Saluti

Comments Posted in Dibattiti, Diritti digitali, Informatica, Lavoro
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Comments

  1. Zax(Andrea) says:

    già, avevo letto di questa faccenda. Un altro motivo per preferire i libri di carta !!

  2. pallotron says:

    il discorso che volevo piu’ che altro puntualizzare e’ la perdita di controllo sempre maggiore sulle cose che “possediamo” che le nuove tecnologie possono portare e la consapevolezza di cio’ da parte degli utenti.

    se fosse successo in una libreria reale i libri sarebbero ancora nel mio scaffale e il perseguitato sarebbe la libreria in quanto venditore…

    verificare lo stato a livello di copyright e’ obbligo prima di tutto del pubblicante, poi del venditore e solo alla fine del cliente finale.

    Comunque Amazon non poteva fare altro che rispettare le leggi e ritirare il libro. sono le opportunita’ dei nuovi device digitali che mi preoccupano…

  3. Marco says:

    L’unica cosa da dire (e anche da fare) è: aspettare che esca il CrunchPad, e sotterri definitivamente il Kindle, DX, SX e qualsiasiX. Perchè se con 250 – 300$ ho uno schermo touchpad retroilluminato, wifi e distro linux, chemmifrega di comprare i contenuti?! Guardo Google News!

  4. antonio says:

    pallotron :
    perche’ ci sono stati dove certe cose valgono e altre no e amazon si trova ad operare a livello globale. il problema e’ che con la velocita’ di oggi nel copiare e distribuire informazioni le leggi e i bavagli di drm, brevetti e copyright vari fungono da freno e dovrebbero essere rivisitati se non cancellati.

    Il fatto che certi libri in alcuni stati siano di pubblico dominio c’entra poco col fatto che amazon (o qualsiasi altra libreria reale, eason, chapter, etc) venda dei libri; pubblico dominio vuol dire che tu distribuire la copia di un libro (solo quello scritto dall’autore ovviamente, niente introduzioni, etc etc) a chi ti pare senza incorrere in sanzioni amministrative o eventuali processi visto che chi deteneva il copyright non si trova in condizione di far valere piu’ questi diritti ormai scaduti.

    Detto cio’, se 1984 e’ pubblico dominio in alcuni Stati (dove le norme sul copyright decadono prima dei 65 anni) questo non vuol dire che amazon deve distribuirlo gratuitamente; ancora oggi c’e’ gente che compra in libreria (pagando) la Divina Commedia.

    Quindi, in questo caso in particolare, con Amazon (o qualsiasi altra libreria) coas c’entrano le norme sul copyright?

  5. pallotron says:

    perche’ ci sono stati dove certe cose valgono e altre no e amazon si trova ad operare a livello globale. il problema e’ che con la velocita’ di oggi nel copiare e distribuire informazioni le leggi e i bavagli di drm, brevetti e copyright vari fungono da freno e dovrebbero essere rivisitati se non cancellati.

  6. antonio says:

    @pallotron

    Mettiamo da parte le norme sul “pubblico dominio” perche’ 1984 e’ di 60 anni fa, in che termini questo caso dimostra la inadeguatezza delle norme sul copyright?

  7. pallotron says:

    Per me il caso ha assolutamente a che fare con il DRM. E mostra la inaguatezza delle attuale norme sul copyright e sul pubblico dominio.

  8. pallotron says:

    ulteriori info:

    http://law.rightpundits.com/?p=632

    oppure semplicemente googlando “amazon 1984” su google.
    sto ancora cercando una eventuale risposta di amazon.

    CNET da ragione ad Amazon che si e’ fatta alla legge, ma non ha adottato una buona strategia comunicativa: http://news.cnet.com/8301-13512_3-10290133-23.html:

    Amazon was stupid not to explain the situation. It should have explained long ago its ability to remotely delete inappropriately distributed books, and it should have explained what and why it was doing that in the present case.

    But this isn’t an argument against e-book readers in general or the Kindle or DRM technology in particular. (This case had nothing to do with DRM).

    In truth, this case shows another benefit of digital distribution and remote management: they make it more difficult for greedy pirates to make money at the expense of others.

    Update: Literally while I was writing this story, The New York Times published a real article (not just a blog post) explaining the situation, which is exactly as I’ve stated here.